Lufthansa experience

Used Running Shoes for Kenya: quando la solidarietà corre lontano

8 maggio 2018 53614 0 7

Unire la passione per la corsa dei runner di tutto il mondo e la volontà di fare del bene al prossimo. Questo, in poche parole, è lo spirito del progetto Used Running Shoes for Kenya”, iniziativa nata dall’idea di due giovani italiani, Giordano Bravetti e Francisco Grimaldi, e che Lufthansa è stata orgogliosa di supportare.

Il progetto di Giordano e Francisco li ha portati fino a Nairobi e poi allo sperduto paesino di Iten, nei luoghi che hanno visto formarsi tantissimi campioni kenioti della corsa. Qui, insieme ai loro compagni di avventura, i due delle crew Eternal Eagles e Rec.Films hanno consegnato centinaia di scarpe da running agli studenti della St. Patrick’s High School, fornendo a bambini e ragazzi i mezzi tecnici per portare avanti la loro passione per la corsa e per diventare, perché no, i prossimi campioni olimpionici.
Abbiamo incontrato Giordano e Francisco e gli abbiamo chiesto di raccontarci un po’ di loro e della loro iniziativa. Ecco cosa ci hanno detto!  

Ciao ragazzi, partiamo dalle presentazioni, raccontateci brevemente chi siete e cosa fate nella vita di tutti i giorni!

Francisco: Mi chiamo Francesco Roberto Grimaldi, in arte Francisco Grimaldi. Faccio il regista e il video maker di video musicali e spot commerciali principalmente. Runner per passione.

Giordano: Sono Giordano Bravetti, fondatore della crew romana degli Eternal Eagles, runner per passione. Come professione… faccio cose contemporaneamente!

Parliamo ora del progetto Used Running Shoes for Kenya. Quali sono state le tappe che vi hanno portato in Africa?

Giordano: Qualche anno fa Francisco mi aveva parlato di questa sua idea di portare delle scarpe in Africa. Ne abbiamo discusso insieme e abbiamo cercato di fare il possibile per far qualcosa che non si limitasse solamente ai nostri amici, ma che coinvolgesse un po’ tutto il mondo. Alla fine ci siamo riusciti, abbiamo raccolto moltissime scarpe, abbiamo coinvolto quasi tutti i continenti, siamo stati ripresi dai giornali e ci hanno chiamato in TV. La nostra idea, oltre che riuscire a convincere noi stessi, era riuscita a convincere tantissime altre persone, e questa è una cosa bellissima.

Francisco: La cosa più importante sono le tappe percorse dalle stesse scarpe, che provengono da Roma, Torino, Milano, Ravenna, Bordeaux, New York, Miami, Istanbul e Glasgow. Sono arrivate tutte a Roma dove sono state etichettate e inscatolate.
Una parte è arrivata attraverso gli spedizionieri da Fiumicino a Istanbul e poi a Nairobi, mentre un’altra parte delle scatole ha viaggiato insieme a noi facendo un giro diverso, passando per Amsterdam e Francoforte per poi atterrare sempre a Nairobi. A Nairobi sono state caricate su un pulmino e sono arrivate insieme a noi ad Iten.

Avete incontrato delle difficoltà particolari prima di partire o una volta arrivati?

Francisco: Abbiamo incontrato tante difficoltà. La prima è stata il numero delle scarpe: ce ne aspettavamo 150 e ne sono arrivate 400. Non eravamo affatto pronti a trasportare tutte quelle scarpe; non sapevamo proprio come fare. I costi per trasportarle erano saliti improvvisamente e non eravamo sicuri di riuscire a coprirli.
Il secondo problema è stata la dogana: per la gente del posto le scarpe hanno un grande valore e ci siamo dovuti scontrare contro una corruzione che non ci aspettavamo e con diversi tentativi di furto delle scarpe stesse.
Il terzo problema è stato trovare la scuola: non sapevamo dove fosse perché sulle mappe non era segnalata bene; oltretutto quando siamo arrivati là era notte inoltrata e tutto era avvolto dalla nebbia.

Giordano: Le difficoltà sono state molte: la prima è stata contattare la scuola. Non potete immaginare cosa significhi riuscire a contattare una scuola nel bel mezzo del Kenya. Ho passato più di un mese a mandare email, aggiungere persone a caso su Facebook chiedendo informazioni, fino a quando non sono riuscito a trovare all’interno di un articolo pubblicato online nel 2004 un commento di uno svedese che era andato in quella scuola e che riportava due numeri di telefono. Componendo uno dei due, finalmente qualcuno mi ha risposto.
La seconda difficoltà è stata la dogana: gli agenti chiedono soldi, chiedono regali, minacciano, provano a sottrarti ciò che stai portando. È triste vedere che chi dovrebbe rappresentare la legge approfitta dei propri poteri.
La terza difficoltà: durante il viaggio ci siamo trovati bloccati in una stradina circondati da centinaia di persone e una di loro ha anche provato a salire sul tetto del nostro pullman. Sono stati momenti di tensione. Se solo fosse riuscito a far vedere agli altri il nostro carico, molto probabilmente ci avrebbero assalito. Giusto per farvi capire il valore di quello che trasportavamo: una scarpa da running costa circa 100€, e 100€ è lo stipendio mensile di un operaio in Kenya, quindi ogni scarpa vale moltissimo [facendo un paragone con gli stipendi in Italia, ndr].

Quali sono state, invece, le più grandi ricompense e soddisfazioni legate a questo progetto?

Francisco: La riconoscenza dei professori della scuola, le persone più consapevoli di quello che avevamo passato e di quello che stavamo facendo per loro. Oltretutto i professori sono tornati appositamente dalle loro ferie affrontando due giorni di viaggio per venire ad accoglierci. La bellezza di vedere tutte quelle persone pazientemente in fila ad aspettare la loro scarpa guardandoti con gratitudine.
Un’altra ricompensa è stata poter dire a tutti quelli che ci avevano dato le scarpe: “Ci siamo riusciti”. Le scarpe da corsa per loro non sono come un paio di scarpe da corsa per noi, un qualcosa in più, ma sono un bene di prima necessità perché ci si allenano.

Giordano: Riuscire a mettere in collegamento un runner keniano con un runner dall’altra parte del mondo. Vedere la gioia non solo sui visi delle persone che ricevevano le nostre scarpe, ma anche sul volto dei miei compagni di viaggio. Guadagnare la fiducia sincera del preside della scuola e degli insegnanti, non una semplice gratitudine, ma una vera e propria stima reciproca, che è una cosa molto più profonda. Toccare con mano la loro cultura e riuscire a capire il loro modo di essere è stato veramente bellissimo.

C’è un ricordo in particolare che porterete sempre con voi?

Francisco: Due sono le sensazioni che dal giorno della donazione non mi hanno ancora abbandonato, e che a questo punto credo non lo faranno più. La prima è quel senso di vittoria, di profonda ed intima felicità che mi ha del tutto invaso la sera stessa in cui abbiamo portato a termine la missione. Le parole “ce l’abbiamo fatta” erano l’unica cosa che riuscivo a formulare mentre finalmente, di notte, dormivo in pullman – la nostra casa su ruote.
La seconda è la sensazione disarmante di aver capito che sudare, rischiare, lavorare e lottare per dare ad un altro la possibilità di raggiungere il proprio sogno, è la cosa più bella del mondo.

Giordano: Il colore della terra, rosso come il sangue che si scontra con un verde smeraldo accecante. Lo sguardo deluso di chi è arrivato con la speranza di prendere una scarpa e se ne è andato a mani vuote. Le case fatte di fango con i tetti di foglie di palma. Le galline nei cortili che razzolano vicino alla pentola del pranzo. L’immondizia che viene lasciata per strada, seppellita nei campi o bruciata di continuo dietro casa. Il fatto che nessuno fuma. La pioggia che inizia alle nove di sera e che cessa alle sei di mattina, puntualissima. Le moto con quattro persone sopra. Il fatto che il pollo sia l’animale più pregiato e costoso. Il fatto che non usano le posate ad eccezione del cucchiaio. Porterò con me per sempre la voglia di conoscere di più su quella terra, che credo sia un po’ quello che chiamano “mal d’Africa”.

Lufthansa ha affiancato Giordano e Francisco nel loro viaggio verso Nairobi ed è orgogliosa del risultato raggiunto dai due ragazzi e dai loro compagni di avventura.

Siete curiosi di scoprire di più sulla loro iniziativa? Allora non perdete la loro videointervista!

Photo credits: Lorenzo Perrini.

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